Giappone

La lettura come generatrice di spazio. La concezione di biblioteca è legata alla lettura.

Questa semplificazione è necessaria per evitare di rendere complessi i problemi elementari. Oggi il termine biblioteca evoca sistemi complessi che portano a mixer intenzionali. Cerchiamo di uscire dal costruito e allineamento di spazio con pluri-significati.

Uscire dal costruito non vuole cancellare la materialità del solidificare un idea organizzata, vuol dire liberarsi dai vincoli di esecuzione per ritrovare aggregazioni corrette. Basti pensare ai depositi silos-carta ed in evoluzione alle altre capacità di ricezione di una banca dati informatica per trovarsi nell’imbarazzo di ridestinare il costruito che si rimpicciolisce in modo enorme...

 

 

...allora viene il trasformismo degli intenti. Associamo polifunzioni a quelle di base: leggere.

In soccorso a questo equivoco del tempo viene la conservazione dell’esistente e si continua come moto perpetuo ad organizzare nuovi accostamenti di volumi, di torte più o meno riuscite.

Gli avvenimenti ricorrenti della storia portano a cicli individuabili in cui si riassetta il territorio o come si usa dire il parco aulico e minore.

  

 

 

 
Questo scenario non è poi casuale, è legato alla trasformazione del vivere degli uomini, al tempo libero, all’occupazione, e si è inconsciamente trasportati all’invenzione di risoluzioni non perfettamente utili bensì molto onerose economicamente.

 

 

L’opera dell’architetto è quella di porsi di fronte ai problemi della creatività, questo scatena le analisi e i metodi di aggregazioni affini per rispondere alle richieste funzionali.

Le biblioteche sono quindi per l’architettura, luoghi in cui poter penetrare e solo spazi da percorrere, ciò comporta priorità di luoghi e di articolazioni nel prevedere il costruito.

Il recupero di edifici nati per diversa destinazione da biblioteca rappresenta un elenco di giustificazioni per riuscite casuali mediocri o bellissime a seconda dei casi, ma rappresenta pur sempre un modo per evitare la purezza di un gesto personale immediato, ma quest’ultimo cosa è?

 

 


E’ un impulso arbitrario o è una firma, risolve comunque il problema? La creatività ha molte scusanti ma certo ha il pregio di porre a nudo intenzioni e capacità dell’autore.

Ora analizzare come oggi l’uomo del 2000 si accosta al tema della biblioteca è se non altro interessante ma pone il rapporto tra l’occhio che legge e quello che osserva un video.

L’architettura è allora scenario è rappresentazione di teatro o solo tetto protettivo dalle intemperie?

   


La presunzione dell’uomo Dio pone il limitato operare al posto più alto e qui comincia il ridicolo.

Il Giappone a Nara ha richiesto un confronto tra forze diverse di tutto il mondo, io c’ero ed ho tentato una risposta che poi potrà illustrarsi, ma la proposta, certo umile, ha solo lo scopo del confronto e del desiderio di crescita, quel desiderio che pone per primo il problema di analizzare il perché si richiedano spazi-funzione e quali e poi con quale tradizione di cultura.

  

 

 


Ci siamo posti il gravoso dilemma: come si possono confrontare soluzioni tanto diverse, con culture di partenza tanto diverse, e allora la conclusione tratta è quella che esiste ancora un architettura internazionale che ha mischiato tutto ed ha limitato i valori dello spirito per l’esaltazione di una tecnologia del costruito.

  

 

 


L’esperienza è comunque positiva se si guarda all’uomo del mondo che risponde solo alla vivibilità dei luoghi, al tempo atmosferico ai fenomeni non governabili e pertanto si limita ad offrire un servizio senza presunzione di emergere sugli altri.

Questo e non altro è stato l’esercizio di Nara, una città antica del vecchi Giappone, il tentativo di esserci con gli altri ma di esserci per sentirsi vivi.